A colazione con Nanni Balestrini: la Poesia come strumento di Lotta

Scrittore, saggista, poeta e artista visivo, creatore attivo della Neoavanguardia letteraria italiana, Nanni Balestrini ancora oggi non cessa di stupire e di portare avanti il suo pensiero critico e politico. L’abbiamo incontrato il 25 ottobre alla Fondazione Mudima di Milano in occasione dell’inaugurazione della sua mostra Ottobre Rosso e ci ha donato un ritratto fedele, e appassionato, di un’Italia che non c’è più, nella quale fare cultura equivaleva a impegnarsi attivamente nel cambiamento sociale.

Ci siamo visti meno di un mese fa qui a Milano per la sua mostra Periscope alla Maab Gallery e oggi inaugura Ottobre Rosso alla Fondazione Mudima… ma lei si ferma mai?

Beh …perché dovrei fermarmi? Mi annoierei moltissimo! In fondo non è che sia un superlavoro fare un po’ di collage e un po’ di quadri…anzi, è la cosa più piacevole che io faccio, e la faccio un po’ tutti i giorni. Mi sembra anche giusto farlo, nel senso che tutto questo lavoro è un po’ un continuo: non è che uno fa delle opere, poi smette e ricomincia, c’è tutto un filo che le lega. Ottobre Rosso è stata realizzata per la coincidenza storica del centenario della Rivoluzione di Ottobre e mi ci sono dedicato per alcuni mesi, appropriandomi della voce di Majakóvskij, Lenin e altri cantori della rivoluzione insieme ai dipinti dell’avanguardia per raccontare, e far rivivere, lo spirito della Rivoluzione.

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Nanni Balestrini appena trentenne lavorava già per Bompiani e Feltrinelli, aveva fondato il  Gruppo ‘63, lavorava per la Rai, era caporedattore de “Il Verri” accanto a Luciano Anceschi, realizzava Tape Mark I, prima poesia scritta con un calcolatore IBM (’61), insomma un inizio di carriera già molto promettente, cosa ricorda di quegli anni?

Io sono stato veramente fortunato ad avere vissuto, ed essere stato giovane, nel periodo tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, perché quello è stato un periodo veramente tumultuoso, espansivo, vivo e io ne ho approfittato…o meglio questo periodo ha approfittato di me. Tutti quelli che sono stati giovani in quegli anni si trovavano di fronte un paese che stava cambiando completamente, stava vivendo il miracolo economico, e da paese agricolo diventava industriale. Assistevamo a un cambiamento in tutte le direzioni, e questo offriva una quantità di prospettive e possibilità smisurate. Bisognava essere proprio immobilizzati per non approfittarne perché ti cadevano praticamente addosso. 

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Fare politica al giorno d’oggi è diventato quasi un demerito agli occhi delle nuove generazioni, cosa rappresentava invece fare politica e partecipare alla lotta politica negli anni Sessanta e Settanta, anni che le hanno ispirato il romanzo Vogliamo Tutto (‘71)?

Il ‘68 ha segnato un cambiamento radicale, e ha rappresentato la volontà corale di una generazione, segnando solo il culmine dei tanti cambiamenti che si sono accumulati via via durante tutto l’arco degli anni Sessanta. Questa trasformazione del paese ad un certo punto era andata avanti, ma le strutture erano rimaste vecchie. Una nuova generazione si era accorta che vivevamo in un mondo nuovo e cambiato rispetto a quello dei nostri genitori, però sembrava che alcune cose come la scuola, l’insegnamento, la famiglia e tutto il contesto sociale non erano stati minimamente intaccati. Occorreva cambiare le cose per adattarsi alla nuova società e al nuovo modo di vivere. Questo sembrava naturale alla generazione degli adolescenti e universitari che credevano che l’insegnamento che ricevevano non era più conforme a quelle che erano le esigenze del tempo, e occorreva trasformarlo in modo radicale. Ci dovevano insegnare cose nuove, quelle erano solo vecchie e consunte. In Italia è nato quindi questo movimento, comune a tanti paesi d’Europa e del mondo, ma le istituzioni rimanevano immobili e, per cambiarle, si è instaurato il conflitto generazionale. E’ chiaro che poi tutto questo si è trasformato in azione politica, che vuol dire appunto cambiamento delle funzioni del potere, e che quindi finì per abbracciare tutte le situazioni, tra cui anche la cultura. 

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Lavorare nella cultura nei tempi del post-maccartismo voleva dire anche rischiare in prima persona, lei fu più volte soggetto a perquisizioni, dove le furono requisiti anche dei collage, e fu anche indagato per associazione sovversiva nel famoso processo “7 aprile 1979” che la costrinse a trasferirsi a Parigi. Come era la situazione in Francia?

Mah la differenza è che tutte queste trasformazioni che nel 68’ e negli anni successivi hanno segnato l’Italia incontravano delle forti resistenze e delle opposizioni addirittura micidiali, poco dopo infatti ricordiamo che ci sarà la strage di Piazza Fontana. Tutto questo ha avuto percorsi diversi nei vari paesi e, in Francia, ha avuto la svolta più rapida e intelligente. C’è stato infatti l’avvenimento più esplosivo, “il Maggio francese”,  perché davvero i francesi quando partono fanno le cose fino in fondo, e per alcuni mesi hanno bloccato la Francia in modo clamoroso. A quel punto lì però, visto che l’obiezione e la richiesta principale partiva dall’università e dall’insegnamento, il governo intelligente ha soddisfatto subito questa richiesta creando nuovi atenei e modificando i metodi di insegnamento. In Francia così non c’è stata questa coda estenuante a cui abbiamo assistito in Italia, dove la lotta studentesca ha avuto la forza di unirsi a quella operaia, ma lì la repressione si è fatta ancora più dura e ha poi portato, purtroppo, alla lotta armata che, secondo me, è stata anche una cosa voluta favorendo l’aumento della tensione sociale e alzando così il livello dello scontro. Era una cosa totalmente suicida e ha permesso di spazzare via tutto, anche i lati positivi culturali come la fioritura di iniziative, pubblicazioni, case editrici, giornali, volantini. La generazione che si era dedicata a questo è stata poi duramente repressa, ed è tutto finito in modo veramente triste. Io parlerei di genocidio di una generazione. Un giovane che a 16-18 anni si trovava a vivere i primi mesi del ‘77 pensava che quello era un mondo giusto, migliore, nel quale era bello vivere; quando tutto questo venne distrutto alle radici si perse proprio il senso della vita, ci furono infatti tanti suicidi e una generazione segnata dall’eroina. Il futuro migliore loro lo volevano rendere presente, volevano viverlo oggi, ma tutto questo è durato molto poco.

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Ci sono delle persone che hanno particolarmente segnato il suo percorso professionale, oltre al già citato Luciano Anceschi mi sembra di capire che Gian Giacomo Feltrinelli (a cui lei dedicherà L’editore) Umberto Eco e Piero Manzoni furono tre importanti compagni di viaggio… cosa ricorda di loro?

Hai citato proprio i tre nomi che sono quelli giusti. Luciano Anceschi ho avuto la fortuna di averlo come professore di filosofia al liceo e poi sono rimasto vicino a lui sempre, mi ha praticamente adottato e con “Il Verri” mi ha introdotto nel mondo della cultura, cosa che per un giovane d’oggi è quasi impossibile. Piero Manzoni, con il quale ero coetaneo, era un amico che frequentavo continuamente da adolescente a Milano, ho seguito tutto quello che ha fatto ed è stata una fortuna avere come amico un artista così importante, collaboravamo anche alla rivista “Azimuth”. Allora comunque era naturale che tra scrittori, poeti, artisti, scrittori, musicisti si viveva insieme, si lavorava e ci si stimolava a vicenda. Tutto questo è stato molto produttivo, ha creato delle cose nuove e dei percorsi importanti. Gian Giacomo Feltrinelli è stato un altro incontro fortunato. Quando all’inizio degli anni Sessanta ho cominciato a lavorare per la casa editrice ho trovato un editore che innanzitutto aveva questa grande apertura mentale, era sempre lì in attesa che ai suoi collaboratori venissero delle idee e gli lasciava mano libera. Aveva il coraggio di pubblicare anche libri sperimentali, complessi, che non vendevano, come i nostri della Neoavanguardia e del Gruppo ‘63. A lui non importava quanto vendevano e se gli domandavi perché li pubblicava ti rispondeva “perché credo che un editore deve portare avanti la cultura, le idee nuove, le cose nuove e l’editore che fa questo dà prestigio alla casa editrice. E poi io faccio tanti libri che vendono tanto, posso permettermi tranquillamente di investire su dei libri solo per la loro qualità”. È un ragionamento che chiaramente ad oggi è impossibile. Infine Umberto Eco è stato un fratello maggiore per me, il fratello più saggio. Tutte le cose che facevo ero sempre in costante contatto con lui…eccolo qui (ride indicando la gigantografia di Eco che campeggia alle mie spalle e ci osserva nell’atrio della Fondazione Mudima). Mi interessava conoscere le sue reazioni su quello che facevo perché Umberto è stato davvero un dominatore dei cambiamenti che si susseguirono in quegli anni, lui li ha commentati e seguiti con le sue idee profonde.

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Lei e Umberto Eco avete mantenuto un rapporto per tutta la vita..

Si e purtroppo è finita troppo presto, questa è una cosa per cui io sono molto arrabbiato con lui, perché se n’è andato troppo presto.

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Lei ha avuto la possibilità di lavorare e vivere dall’interno il sistema della letteratura, dello spettacolo e dell’arte; da operatore e protagonista come crede siano cambiati questi tre mondi?

Come accennavo prima allora piano piano si è spento questo fatto collettivo, negli anni Sessanta a un certo  punto si pensava che la cultura fosse l’unico contenitore dove si muovevano artisti, poeti, scrittori, musicisti e la gente che faceva il cinema. Specialmente a Roma questa era una cosa palpabile,  ci si incontrava e ci si stimolava a vicenda, quindi anche delle situazioni più istituzionali come la televisione e il cinema erano contagiati da questo, era semplicissimo collaborare con i registi o con i programmi della radio e della televisione, e infatti la televisione degli anni Settanta è stata magnifica. A un certo punto, però, questi legami si sono spezzati, la televisione si è burocratizzata, e oggi, poverina, non ha più niente di stimolante da offrire, così come il cinema. Anche nei paesi minori riescono a fare film che vale la pena vedere, ed è strano che invece qui c’è solo terra bruciata. Io però non sono così catastrofico e pessimista, credo che ci siano dei periodi in cui tutto si azzera solo perché devono nascere cose nuove. Questo è logico, è sempre accaduto così nella storia. Certo i periodi sono lunghi, ci vogliono decine di anni per questi cambiamenti, ma sono sicuro che ci sarà una nuova ondata bella, positiva, entusiasmante, che non durerà comunque molto perché tutto poi deve inevitabilmente riassorbirsi e generalizzarsi, fino a quando si trasforma in tradizione retorica inutile. Anche nell’arte gli anni Cinquanta e Sessanta sono stati meravigliosi a livello mondiale, un nuovo Rinascimento. Un periodo così intenso è chiaro che non può durare, se dura troppo diventa abitudine, invecchia, e ora ci troviamo in un periodo di stasi dove tutte le cose vanno riassorbite, ma non c’è molto da disperarsi, sono cicli. Andrà meglio: è naturale ed è fisiologico che questo deve avvenire.Fabio Mantegna copyrightParlando della mostra alla Fondazione Mudima di Milano, cito testualmente “L’arte è o plagio o rivoluzione”, “le rivoluzioni sono la locomotiva della storia”, “compagno come si fa la rivoluzione? Bisogna sognare la rivoluzione”, “Gli occhi azzurri delle rivoluzioni brillano di crudeltà necessarie”… mi sembra di capire che la fiamma del potere operaio arde ancora in lei….

Si l’Ottobre Rosso del 1917, così come le lotte operaie degli anni Sessanta, sono stati periodi fortemente connotati dal punto di vista teorico politico e ideologico. Tutto quel post-marxismo che nasce negli anni Sessanta attraverso i “Quaderni Rossi” coincide con questa profonda trasformazione del mondo del lavoro, che lì si prefigura per poi realizzarsi negli anni Settanta attraverso l’automazione e il lavoro in fabbrica che ha modificato l’economia di un paese. Secondo me l’aspetto interessante è che gli operai sono stati degli anticipatori di molti temi, per poi trasformarli in un discorso comune. Tutto questo legandosi alle lotte operaie segnava anche un cambiamento sociale, quindi la lotta operaia non era solo scontri in piazza, di cui forse oggi si può avere anche un po’ di nostalgia.

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Maestro il titolo del nostro Magazine è Art for Breakfast – arte a colazione – e nasce dall’idea che l’arte e la cultura siano il nutrimento quotidiano più importante, spesso consumato di fretta, ma che in fondo ci sostiene di più nelle giornate. Se le chiedessi di scegliere un’opera d’arte con la quale nutrirsi al mattino per vivere la giornata con energia quale sceglierebbe?

Ce ne sarebbero tantissime, ma sono particolarmente legato alla mia poesia Istruzioni preliminari, inclusa in Caosmogonia (2010 – ndr), che per me è il libro più importante che ho fatto.

non sappiamo chi siamo ne dove andiamo
le vecchie certezze se ne vanno
in una realtà caotica ostile immensa
supreme famose finzioni si dissolvono
la nostra urgenza di ordine si annulla
in un reticolato di possibilità infinite

(Tratto da Istruzioni Preliminari)

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Infine come vorrebbe essere ricordato Nanni Balestrini: come letterato, studioso, scrittore, poeta, politico, artista, autore di programmi televisivi e spettacoli teatrali, autore del film più lungo della storia, intellettuale?

No no io sono un po’ vanitoso! Voglio essere ricordato per la cosa che è stata sempre più importante per me: come Poeta. Nella poesia io metto anche gran parte delle cose visive che ho fatto, ho sempre pensato che la poesia potesse essere oltre che ascoltata anche vista quindi mi sono approcciato alla poesia visiva, che si consuma anche con l’occhio oltre che con l’orecchio. La poesia e la scrittura sono due aspetti importanti, la poesia è anche suono, e il suono delle parole è il ritmo e questo è un qualcosa che dà importanza alla poesia sopratutto a quella ascoltata, perché ne aumenta la sua capacità espressiva. Comunque una poesia letta in un libro è una cosa monotona, mentre se le parole vengono distribuite nello spazio in modo che uno le guarda come guarda un quadro, e non in modo lineare come in un libro,  l’occhio può muoversi libero e creare una lettura personale, di volta in volta diversa. Mi piace pensare a dei percorsi delle parole che non sono fissate in una griglia unica, ma si offrono libere a molteplici interpretazioni.

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Tutte le fotografie contenute nell’articolo sono state realizzate da Fabio Mantegna che ringraziamo per la gentile concessione.
Nanni Balestrini, Ottobre Rosso
A cura di: Gianluca Ranzi
Sede Fondazione Mudima | Via Tadino 26, Milano
Date: 25 ottobre – 10 novembre 2017
Orario: lunedì – venerdì 11.00 – 13.00/15.00 – 19.00
Ingresso libero
Info al pubblico
Fondazione Mudima
T. +39 02 29 40 96 33
info@mudima.net
www.mudima.net
Credits:
Courtesy and copyright Fabio Mantegna e Fondazione Mudima.
Didascalie delle opere di Nanni Balestrini:
Fig.3: Natal’ja Gončarova, Il pavone, 1912, 164 x 115 cm, “La rivoluzione è la festa degli oppressi e degli sfruttati” Lenin; Aleksandr Rodčenko, Rosso e giallo, 1918, 90 x 62 cm, “Le rivoluzioni sono la locomotiva della storia” Marx; Olga Rozanova, Suprematismo, 1916-17, 85 x 60,5 cm, “Non c’è una fine le rivoluzioni sono infinite” Zamyatin;
Fig. 6: El Lissitzky, Meccanismo, 1923, 53,3 x 45,6 cm, “Uomini futuri chi siete?” Majakovskij; El Lissitzky, Colpisci il bianco col cuneo rosso, 1920, 48,8 x 69,2 cm, “Compagni date un’arte nuova” Majakovskij.
Fig. 7: Vasilij Kandinskij, Cresta blu, 1917, 133 x 104 cm, “Compagno come si fa la rivoluzione? Bisogna sognare la rivoluzione” Lenin.
Fig. 10: Kazimir Malevič, Cavalleria rossa, 1932, 91 x 140 cm, “Il comunismo abolisce le verità eterne” Marx.
Fig. 13: Pavel Filomov, Città senza nome, 1925, 55,7 x 49 cm, “Gli occhi azzurri delle rivoluzioni brillano di crudeltà necessarie” Aragon.
Fig. 16: Alexandra Exter, Composizione non oggettiva, 1917-18, 88 x 70 cm, “L’arte è plagio o rivoluzione” Paul Gauguin.