Archivi d’artista e lasciti – atti personali di un convegno pt.1

Il 28 e il 29 novembre si è tenuto presso l’Università Milano Bicocca un simposio che ha visto riuniti i maggior esperti in ambito internazionale sulla gestione e regolamentazione dei lasciti degli artisti, un evento unico per gli addetti ai lavori costretti ormai sempre più a muoversi in un mercato dell’arte globalizzato, ma ancora legato a regolamentazioni territoriali e spesso, non più attuabili.

Tanti, tantissimi gli esperti riuniti dalla Prof.ssa Alessandra Donati del dipartimento di Studi Giuridici dell’Università Bicocca attorno al complesso tema della gestione dei lasciti d’artista, e tante le domande poste: Come definire l’autenticità dell’opera? Chi è autorizzato a farlo? In che misura l’esperto è responsabile del proprio parere di autenticità?

Tanti gli spunti di riflessione emersi durante i 24 interventi che si sono susseguiti nelle due giornate di lavori, svolti presso l’aula magna dell’università ospitante.

Nella prima giornata sono stati analizzati dapprima gli archivi documentari, durante la prima sessione moderata dalla prof.ssa Rachele Ferrario dell’Accademia di Belle Arti di Brera, con gli interventi dello storico dell’arte francese Jean Marc Poinsot, l’avvocato Debora Rossi, dell’archivio della Biennale di Venezia, e concluso dalla prof.ssa Donati stessa. In questa sessione si è evidenziato quanto possano essere diversificati i materiali che compongono un archivio e quanto sia quindi indispensabile cercare di individuare la metodologia più adatta per valorizzarli. La documentazione d’archivio, infatti, comprende materiali che accompagnano la realizzazione dell’opera d’arte, costituendo quindi un risorsa imprescindibile per lo sviluppo della disciplina storica. La Donati ha evidenziato quanto per l’arte contemporanea, spesso realizzata sotto forma di installazione, sia assolutamente indispensabile avere a disposizione i progetti originali per consentire di riattivare l’opera in maniera autentica rispettando l’idea dell’artista. Gli esempi di best practise, in questo senso, sono da considerarsi gli artisti Sol Lewitt e Daniel Buren, che redigono da sempre istruzioni dettagliate sull’allestimento delle loro creazioni.

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Il secondo blocco di discussione è stato moderato dal prof. Umbertazzi dell’Università di Pavia, e ha visto approfondito proprio lo studio degli archivi d’artista, grazie agli interventi della dott.ssa Maddalena Disch dell’archivio Paolini e il prof. Pierpaolo Forte Presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee di Napoli. Quest’ultimo ha sapientemente espresso un concetto provocatorio ma efficacissimo, che sicuramente finirà con il rappresentare la vera summa dell’intero convegno.

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Il professor Forte ha infatti lanciato l’idea che non ci si deve più occupare solo della paternità dell’opera d’arte, e quindi di considerarne solo l’aspetto attributivo, ma ci si deve aprire all’idea di una maternità , atta a prendersene cura e a rispettare la sua vera essenza simbolica . Più criticata la Disch, a nostro parere assolutamente in modo erroneo, perchè ha proposto la creazione degli archivi durante la vita dell’artista, perchè ciò renderebbe molto più autentico e aggiornato il lavoro di archiviazione. Qualcuno ha infatti espresso la propria contrarietà in quanto l’archivio dovrebbe rappresentare  il sedimento di una segmentazione di ciò che rimane e che quindi supera una barriera temporale. Dal canto nostro sosteniamo che per quanto effettivamente un archivio sancisca l’importanza di un artista storicizzato, e quindi compreso nella vasta famiglia di personaggi la cui azione meriti la pena di essere trasmessa alle generazioni future, assistiamo oggi sempre più ad un’abbreviazione della prospettiva storica mediante la quale riusciamo a certificare in vita il titolo di artista. Vale per Isgrò, Paolini, Penone, Cattelan, e via dicendo. La Disch ha inoltre ribadito quanto sia fondamentale la digitalizzazione completa e la facile accessibilità per creare un luogo di studio dinamico e contribuire quindi attivamente alla diffusione della conoscenza e dello studio del lavoro dell’artista.

Nel pomeriggio sono stati raccontati dalle rispettive conservatrici, le dott.sse Claudia Palma e Paola Pettenella, gli archivi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e del MART di Rovereto. La Pettenella ha anche evidenziato la difficoltà di valutazione economica di un archivio, in quanto non sono chiari i parametri di valutazione con cui tale valore dovrebbe essere calcolato.

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Sono seguiti gli interventi dei professori Stephen K. Urice, docente di Diritto all’Università di Miami e Enrico Crispolti, autorevole storico dell’arte, dell’Università di Siena, i quali hanno affrontato il rapporto dell’archivio d’artista con il bene culturale.  Per entrambi il quesito aveva ovviamente un esito positivo. Il retaggio culturale è difatti qualcosa che il popolo riconosce come proprio, un bene condiviso, a prescindere, quindi, da chi ne è il leggittimo proprietario.

Crispolti ha invece raccontato esperienzecorona-il-corridore-1923-olio-su-tela-cm-70x50-pubbl-cat-futurismo-a-cura-di-e.crispolti.jpg personali inerenti alla sua carriera come esperto e redattore di cataloghi ragionati. In più occasioni è stato infatti chiamato davanti al giudice per aver negato l’inserimento in catalogo di opere da lui ritenute non autentiche. L’intervento si è quindi focalizzato sulla difficoltà di stabilire l’autenticità reale di un opera d’arte, in un mondo di opere contraffatte, retrodatate o disconosciute dagli artisti stessi. Infine ha ricordato un caso celebre di cui si è occupato,Vittorio Corona, un futurista siciliano rimasto sempre circoscritto all’ambito insulare. Dal 2001 iniziarono a circolare moltissimi falsi nelle aste, ma questo portò ad aumentare la conoscenza dell’artista e ne segnò, paradossalmente, la fortuna.

A conclusione della giornata gli interventi del notaio di Parigi Benjamin Dauchez e dell’avvocato Daniel McClean, che si sono occupati di tutti gli aspetti legali di successione dei lasciti d’artista, dell’autenticazione delle opere, dell’impossibilità di trasferire i diritti morali agli eredi, della non trasferibilità del droit de suite a una fondazione e dell’importanza della cura dei lasciti testamentari, che spesso non tengono conto delle normative di legge in materia di successione, che prevedono per legge che il 50% dei beni sia ceduto al coniuge. Non rispettando tali parametri molto spesso si incorre in complicate cause giudiziarie tra eredi designati e reali, o eredi e fondazioni, creando fondamentalmente un danno al lavoro di valorizzazione dell’artista stesso.

Infine è stata analizzata la responsabilità legale del giudizio di autenticità delle fondazioni con il caso esemplare di quella di Andy Warhol che, nel 2011, dovette annunciare la chiusura della Andy Warhol Art Authentication Board e non rilasciare quindi più autentiche sul suo lavoro, Joe Simon-Whelan.jpga causa degli annosi oneri delle spese legali intentate dai possessori di opere di cui la fondazione ha negato l’autenticità. La più onerosa, durata 3 anni e conclusa solo nel 2010, è stata quella intentata dal collezionista Joe Simon-Whelan, costata alla fondazione ben 7 milioni di dollari. L’accusa era quella di  “frenare e monopolizzare il commercio delle opere di Warhol”,  sostenendo che il Board aveva negato l’autenticità di un autoritratto di sua proprietà datato 1964, ampiamente accettato da altri esperti. Alla fine è stato proprio il collezionista ad abbandonare la causa, dando vita però a un simpatico sito internet chiamato My Andy Warhol in cui ha scaricato per anni tutta la sua rabbia verso l’operato della fondazione, che intanto però ha dovuto sospendere la sua attività proprio per mancanza di fondi atta a sostenerla.

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Credits:
Img di copertina: Università Bicocca. Courtesy of Mapio.
Fig.1: Inizio dei lavori del convegno. Foto Autore.
Fig. 2 : Archivio del ‘900 del MART di Rovereto. Courtesy of MART.
Fig.3: Vittorio Corona, il Corridore, 1923. Courtesy of Archivio Futuristi Siciliani.
Fig.4 : Andy Warhol, Self Portrait, 1964. Courtesy of Joe Simon-Whelan.
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